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Monitoring Democracy

Un progetto di ricerca del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Bocconi

LE PREOCCUPAZIONI DEGLI ITALIANI

Gli italiani pensano sempre all’economia. Gli ultimi anni sono stati segnati da crisi globali — la pandemia di COVID, eventi climatici estremi, conflitti, crisi energetiche – che hanno lasciato profonde cicatrici. L’attualità continua a proporci eventi di respiro internazionale – i negoziati tra Putin e Trump (ma non l’Europa) per la guerra in Ucraina, le elezioni in Germania, la tregua tra Hamas e Israele. Ma, gli italiani continuano a pensare soprattutto ai loro problemi economici.

In uno studio condotto da Monitoring Democracy in collaborazione con SWG, è stato chiesto a un campione rappresentativo degli elettori italiani quali fossero ilorotimori.A differenza di molti studi che forzano gli intervistati a scegliere tra risposte prefissate, in questo caso, gli intervistati sono stati lasciati liberi di indicare le proprie preoccupazioni, scrivendole o parlandone.

Ebbene, per quasi una persona su due, i timori sono di carattere strettamente economico. Lavoro, situazione economica, inflazione, futuro lavorativo dei figli sono le parole più usate. Un italiano su cinque è preoccupato per la salute, propria e dei propri familiari, o per il sistema sanitario nazionale.

Il resto degli intervistati – circa un terzo, si divide tra i timori per le guerre (14%), per la situazione politica italiana (7%), per la sicurezza e l’immigrazione (5%), per l’ambiente (3%). Verrebbe da dire “It’s the economy, stupid”. Questa espressione fu coniata da James Carville, stratega politico di Bill Clinton, durante la campagna elettorale alla presidenza degli Stati Uniti nel 1992. Malgrado fosse da poco caduto il Muro di Berlino e l’America di George H.W. Bush avesse appena vinto la prima guerra in Iraq, Carville intuì che alla gente comune di Saddam Hussein e Michail Gorbaciov interessava ben poco. Le apprensioni economiche erano molto più pressanti. Carville ci basò la campagna elettorali e Bill Clinton vinse la presidenza.

Trenta anni dopo, malgrado le nuove sfide globali, quali la crisi climatica e l’invecchiamento della popolazione, i timori della gente comune sono sempre centrati sulle necessità materiali – l’economia. Tuttavia, in questi trenta anni, le diseguaglianze all’interno dei paesi e la polarizzazione politica sono aumentate. La differenza di condizione economica tra i più abbienti e la gente comune si è ampliata. Lecito pensare che anche le loro preoccupazioni siano diverse. Il nostro studio ci consente di confrontare i timori degli intervistati che si (auto) definiscono del ceto popolare (Figura 1) e di quelli che ritengono di appartenere alla classe medio-alto (Figura 2). Nel ceto popolare, ben due persone su tre riportano preoccupazioni di carattere economico. Nella classe medio-alto, di economia parla solo un intervistato su tre: la metà! Tra chi vive più agiatamente, le preoccupazioni riguardano anche la salute (una persona su cinque), le guerre (una su cinque) e la situazione politica (una su undici). Nel ceto popolare, i timori economici monopolizzano le risposte. C’è poco spazio persino per le preoccupazioni sulla salute propria e dei propri cari (solo l’8,5% degli intervistati), figurarsi per le guerre (5,2%), la politica (2,6%) o l’ambiente (1,3%).

Che le discussioni sulla politica e i timori per le questioni ambientali possano essere considerate un privilegio delle classi più abbienti è comprensibile. Sebbene spesso siano proprio le comunità meno abbienti ad essere maggiormente colpite dai problemi ambientali, come l’inquinamento, il degrado del suolo o gli eventi climatici estremi. Colpisce invece che tra gli intervistati che appartengono al ceto popolare i problemi economici siano menzionati otto volte di più dei timori per la propria salute, più presenti invece tra i più abbienti. Sembra quasi che in Italia preoccuparsi per la propria salute rappresenti un bene di lusso. In realtà questo monopolio delle questioni economiche per i meno abbienti non deve sorprendere. Diversi studi hanno mostrato che la povertà può creare una sorta di tassa mentale. Quando le persone meno abbienti sono preoccupate per la mancanza di risorse economiche, lo stress aumenta e la loro capacità di concentrarsi su altre attività cognitive si riduce. Il nostro studio mostra ad esempio una forte correlazione tra ristrettezze economiche, emozioni negative e mancanza di fiducia. Su una scala da uno a dieci, rispetto ai valori della classe medio-alta, il ceto popolare registra meno speranza (4 vs 5,9) e meno fiducia (3,6 vs 5,3), ma più paura (5,4 vs 4,4), tristezza (6 vs 4,3), disgusto (6,1 vs 4,5) e rabbia (6,3 vs 4,6). Questa condizione psicologica negativa rischia di contribuire ad aumentare ancora di più il divario economico esistente.

Le grandi sfide del nostro tempo — guerre, invecchiamento della popolazione, cambiamento climatico – vanno sicuramente affrontate con impegno. Ma per molte persone i bisogni materiali continuano a rimanere la preoccupazione principale. Sarà bene non dimenticarlo.

Febbraio 2025

Monitoring Democracy è un’iniziativa del Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche della Università Bocconi.
La serie dei Brief è edita da G. Cappellaro, M. Carreri, N. Cavalli, M. Cucciniello, M. Fochesato, V. Galasso e M. Giugovaz.

Le opinioni dei brief sono degli autori e non riflettono necessariamente quelle espresse dalla Università Bocconi.